Chi non ha mai voluto scappare dal proprio ufficio? Anche Jens Jansen, brand manager di una ditta svedese di caschi per ciclisti, ne ha una voglia matta, ma non si limita a sognarlo...
Va detto che il claim della copertina "riderete da matti" è quantomeno esagerato. Fa sorridere, più che ridere, almeno fino a metà circa. Dopo di che, non solo ha cominciato ad irritarmi in crescendo, ma ho cominciato a chiedermi che fine avesse fatto l'autore, visto che il libro prende una piega diversa, completamente estranea al resto.
Il protagonista del libro, Jens Jansen, è il tipico impiegato che non ha voglia di lavorare, ma sa farlo molto bene: attaccarsi al telefono appena entra qualcuno nel suo ufficio, girare con un raccoglitore vuoto... In un certo senso è apatico e non prova più piacere nel lavoro, nello stare con la sua convivente, nel modo in cui ci si aspetta che lui viva come manager. Non vuole di sicuro suicidarsi: si accontenterebbe che lo lasciassero esistere. Ma quando si tratta di scappare ha in realtà un gran potenziale: programma la spedizione del suo cellulare per depistare le indagini, compra vestiario, razioni di cibo liofilizzato e attrezzature da campeggio, smette di usare l'auto, scambia il proprio badge aziendale con quello di un collega. E poi alla fine scappa... senza muoversi: si installa in un magazzino semidimenticato del suo posto di lavoro con la tenda, l'intimo termico e il cibo per escursionisti e scompare dalla circolazione. Fin qui l'idea è simpatica e tutti, pur detestando chi finge di lavorare e prende lo stesso uno stipendio, finiamo per immedesimarci: cosa faremmo se dovessimo anche noi nasconderci nel nostro posto di lavoro? Come faremmo per lavarci, per bere, per cancellare le nostre tracce al mattino quando i colleghi tornano sul posto di lavoro? Jens trova un vecchio centralino e si mette ad ascoltare le conversazioni dei colleghi, cominciano le indagini... Fin qui tutto bene e fin qui era anche un libro consigliato.
Il protagonista del libro, Jens Jansen, è il tipico impiegato che non ha voglia di lavorare, ma sa farlo molto bene: attaccarsi al telefono appena entra qualcuno nel suo ufficio, girare con un raccoglitore vuoto... In un certo senso è apatico e non prova più piacere nel lavoro, nello stare con la sua convivente, nel modo in cui ci si aspetta che lui viva come manager. Non vuole di sicuro suicidarsi: si accontenterebbe che lo lasciassero esistere. Ma quando si tratta di scappare ha in realtà un gran potenziale: programma la spedizione del suo cellulare per depistare le indagini, compra vestiario, razioni di cibo liofilizzato e attrezzature da campeggio, smette di usare l'auto, scambia il proprio badge aziendale con quello di un collega. E poi alla fine scappa... senza muoversi: si installa in un magazzino semidimenticato del suo posto di lavoro con la tenda, l'intimo termico e il cibo per escursionisti e scompare dalla circolazione. Fin qui l'idea è simpatica e tutti, pur detestando chi finge di lavorare e prende lo stesso uno stipendio, finiamo per immedesimarci: cosa faremmo se dovessimo anche noi nasconderci nel nostro posto di lavoro? Come faremmo per lavarci, per bere, per cancellare le nostre tracce al mattino quando i colleghi tornano sul posto di lavoro? Jens trova un vecchio centralino e si mette ad ascoltare le conversazioni dei colleghi, cominciano le indagini... Fin qui tutto bene e fin qui era anche un libro consigliato.
Poi, il tracollo. A partire dal "non sei l'unico" che un'operatrice di una linea porno dice a Jens, il romanzo volta faccia improvvisamente e perde molto più di quanto non guadagni e per me la soluzione scelta, che vi spiego solo a grandi linee per non spoilerare troppo, è più deprimente che satirica. Fin qui infatti potevamo considerarlo una satira della vita d'ufficio, dove tutti hanno le loro nevrosi e ti tocca magari un consulente esterno motivazionale che ti fa fare giochini e saluto al sole; poi però subentra il complotto, il gruppo segreto... che secondo me, ora che basta farsi un giro su Facebook per trovarne a bizzeffe, non fa più ridere nessuno. Peggio ancora il finale con il deus ex machina (nel libro Come non scrivere un romanzo traducevano ironicamente deus ex machina con "ma allora mi prendi per il culo" e in questo caso la sensazione del lettore è quella), ma che contemporaneamente è un finale aperto.
Che l'editor abbia detto allo scrittore "qui il romanzo si sta ammosciando, vedi di fare una cosa tipo Palahniuk"? Ho questa impressione, visto che dal punto di svolta di cui vi dicevo ho cominciato a sentire un vago odore di Fight club...
Il consiglio bipolare:Se si trattasse solo della prima parte, lo consiglierei per quando cominciate a voler fuggire dalla pressione della vita quotidiana: uno dei vantaggi di leggere è che ci fa vivere esperienze extra, visitiamo nuovi paesi, sopravviviamo agli zombie, troviamo amori... E quindi anche in questo caso si sarebbe trattato di assecondare una voglia di fuga, di viverla in anteprima. Però poi l'idea della fuga scompare, un gesto che pareva libero si scopre in realtà guidato, una fuga dal sistema che proietta in un altro sistema, quindi lettura vietata ai paranoici e a chi si deprime perché sente di non avere il controllo delle proprie azioni.
Tempo di lettura:11 settembre - 20 settembre
Valutazione: 📚📚 /5

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