Una volta tanto, su questo blog compare anche un saggio. Da appassionata di cultura antica, oltre che da autrice di un blog che si intitola La lettrice bipolare, non potevo lasciarmi sfuggire La depressione è una dea, di Donatella Puliga, uscito verso la fine dell'anno scorso.
Non è semplice parlare di questo libro perché non è un libro semplice. Anche se la scrittura scorre bene e non è mai pesante, richiede comunque un'infarinatura di cultura classica per poter essere apprezzato e non risultare noioso, più una discreta consapevolezza del significato clinico di "depressione".
Non si parla infatti di depressione nel senso comune del termine di tristezza, demotivazione e quegli altri significati che fanno sbottare i non depressi in una serie di consigli del tipo "datti una mossa" e che tanto fanno arrabbiare chi soffre di depressione clinica. Chi soffre di depressione clinica endogena, sia unipolare che bipolare, anche se in un certo senso può "darsi una mossa", perché le attività e la routine aiutano a combattere la deriva, non ha le forze per farlo perché è malato. E questa è una realtà che chi non ha ben chiara la differenza tra depressione-brutto momento e depressione-patologia fatica ad afferrare. Qualche motivo del perché questo accada, è spiegato tra le righe del saggio di Donatella Puliga.
L'autrice va alla ricerca delle tracce di depressione nella cultura antica: dai testi greci sulla melanconia, ai testi letterari e filosofici in cui gli autori mostrano o discutono i sintomi di quella che oggi chiamiamo depressione. La ricerca ruota attorno a due punti principali: uno è quello dell'individuazione dei sintomi, nell'analisi di testi personali o filosofici, come l'epistolario di Cicerone o il De tranquillitate animi di Seneca, l'altro è quello linguistico che attraverso le metafore usate (pensate al nostro moderno "depressione" cioè pressione verso il basso, essere schiacciati) colloca la depressione nell'ambito della cultura antica.
Troviamo che nella cultura antica è essenzialmente assente il concetto di "colpa" connesso ai sintomi depressivi: più che nelle culture successive è una malattia (o una reazione) e non una "scelta" dell'individuo. Fanno eccezione gli autori cristiani: sono loro, con l'appoggio dei filosofi soprattutto stoici, sulle affermazioni dei quali però nutro sempre qualche dubbio a causa dei noti problemi di trasmissione dei testi, a classificare questi sintomi come una mollezza dell'animo che non segue la retta via. "Sei depresso perché non ti dai abbastanza da fare, perché non fai le cose giuste, perché sei pigro, perché sei viziato" sono cose che un depresso clinico si è sentito dire o anche si è detto da solo e che fanno parte della cultura della colpa e del peccato introdotte dal cristianesimo, che tuttora rendono difficile accettare i disturbi dell'umore come malattie in primis e di conseguenza ne ostacolano il trattamento. L'ultimo capitolo è dedicato alla letteratura monastica, che nel periodo tardoantico individua nel demone dell'acedia, o accidia, la causa dei sintomi depressivi nei monaci che sono insoddisfatti della vita monastica: ecco che compare la colpa, perché il demone ha mano libera perché il monaco non è sufficientemente disciplinato nel perseguire la retta via e si fa distrarre da desideri mondani.
La cultura antica non cristiana è invece caratterizzata dall'equilibrio tra elementi diversi, la prevalenza di uno dei quali genera squilibrio e quindi patologia, ma tutti con eguale dignità nel mantenimento di un'armonia personale e sociale. La depressione, ci spiega Donatella Puliga, in latino è linguisticamente legata alla sfera del marcio, di qualcosa che sta fermentando per poi morire, azione questa espressa dalla dea di nome Murcia. Ma per i Romani il fermentato, nelle giuste dosi, era ottimo: un po' di garum, la celebre salsa ottenuta fermentando le interiora dei pesci, dava sapore e impreziosiva i piatti; troppo, o una salsa troppo fermentata, avrebbe rovinato tutto. Così Murcia, come tutte le divinità romane, ha un ruolo nel pantheon, ma quando domina da sola, senza Agenora che spinge ad agire e Stimula che toglie le inibizioni, e a sua volta può essere patologica se è da sola, fiacca l'animo dell'uomo.
Il cuore del libro va dall'introduzione al terzo capitolo compreso; secondo me quelli successivi sono "in più": il quarto è una digressione, per quanto interessante, sull'uso dell'espressione "cane nero" per indicare la depressione, il quinto tratta specificamente i Tristia di Ovidio e un po' si ripete, il sesto fa un'incursione nel diritto, per vedere se la tendenza alla melanconia fosse considerata una malattia o un difetto per quanto riguarda gli schiavi (in pratica, se fosse lecito chiedere il "rimborso" per uno schiavo che sviluppi questa patologia dopo l'acquisto), ma aggiunge pochissimo a quanto già detto. L'ultimo capitolo, come scrivevo un po' più su, tratta della depressione nei monasteri, quelli dell'età tardoantica in cui entrare in convento non era una scelta politica o familiare, e di questo capitolo ho trovato interessante lo spostamento di paradigma, definitivo e all'origine dell'odierno stigma, della depressione come colpa dell'individuo, come incapacità di mantenere la giusta strada.
Il consiglio bipolare: posto che vi deve interessare la cultura antica, è comunque un libro da leggere quando non si è in fase bassa, quando leggere di depressione non fa benissimo, e quando si ha abbastanza concentrazione da attraversare i capitoli con la dovuta attenzione. Altrimenti non vi godete la lettura e diventa uno strazio.
Valutazione: 📚📚📚📚📚/5
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