La bambina che amava Stephen King, di Claudine Dumont

Forse dalla foto si capisce, anche se si vedono giusto quelli che non ho letto: a me Stephen King piace. La maggior parte dei suoi libri che ho sono in un'altra casa, quindi niente foto di gruppo per il momento (ma mi tenta molto farne una), e non li ho letti nemmeno tutti. Sarà uno scrittore lento, molto descrittivo, ma secondo me è abile a tratteggiare la psicologia di personaggi, comunità e intere città e al di là che scriva horror o meno questo è per me il suo pregio maggiore. Ecco che allora, vedendo un libro intitolato La bambina che amava Stephen King non ho potuto non prenderlo. Purtroppo, me ne sono un po' pentita.
La storia ruota attorno a due sorelle, Emily, autistica, e Julie, la sorella maggiore che vive per la sorella più piccola, che è l'unica che la capisce, l'unica con cui non ha le "crisi" ecc... Ci aggiungiamo poi un padre separato e distratto che vorrebbe essere rassicurante, una madre troppo fragile che in fondo vorrebbe due figlie normali e il quadro stereotipato della famiglia disfunzionale è servito. Julie ed Emily sono in vacanza quando a quest'ultima capita un incidente la cui dinamica è chiarita solo a metà romanzo: correndo in un campo cade in un buco nel terreno e rimane sepolta per diverse ore prima che arrivino a soccorrerla. Da lì Emily comincia a comportarsi in maniera strana (ma dai?): non mangia, aderisce a convenzioni sociali come il sorridere e coprire il proprio comportamento con piccole bugie, cosa che un autistico normalmente non fa, e Julie ha incubi in cui non riesce a soccorrere la sorella, cerca di farla mangiare... ma nessuno fa uno sforzo per capire. I medici, per restare nel quadro dello stereotipo, sono paternalisti ma non si prendono in carico il caso, Julie non ricorre né a loro né ai genitori. Un po' questo personaggio mi fa pena, perché al di là della sorella non ha una vita propria, non ha amici, misura il proprio valore su quanto è indispensabile per la sorella. Davvero triste, ma in realtà non è stato abbastanza per farmi affezionare ai personaggi, che sono abbastanza simili a marionette. La spiegazione finale, senza spoilerare, è deboluccia: la voglia di mandare tutti, Julie per prima, da uno psichiatra serio che gli dia un bello scossone, è tanta.
Lo si legge perché si è curiosi di vedere che cosa tirerà fuori l'autrice alla fine per risolvere la faccenda, ma non perché si muoia dalla voglia di sapere cosa sia successo. Lo stile a frasi brevi dovrebbe forse aumentare la tensione in chi legge, ma a quel punto non è sufficiente. E' come avere il fiatone. Devi leggere poco alla volta. Brevi frasi sincopate. Troppo. Chi pensa così? Io no di certo. Non mi piace. Non particolarmente. Sarà che io sono grafomane. Non fa ansia. Almeno, non come si vorrebbe. Rendo l'idea?
E Stephen King? Sta lì per acchiappare i lettori allocchi come me, temo: si dice di sfuggita che ad Emily piace e lo ha letto, una volta si dice che sta leggendo Insomnia, un'altra cita un personaggio, l'incidente avviene sulla strada per andare a vedere Bangor, che Emily vuole vedere perché è appassionata dei suoi romanzi. Tutto qui e secondo me è un po' pochino: fosse stato Hemingway, la Woolf, Anne Rice, Salinger, sarebbe la stessa cosa, i nomi sono intercambiabili, tutto sommato.
Il consiglio bipolare: io l'ho letto in una fase bassa abbastanza forte: di solito sono impressionabile, ma questa volta no. Non lo consiglio come lettura perché non l'ho trovato un granché, ma potrebbe comunque essere adatto ad ogni fase: nonostante gli sforzi, non dà coinvolgimento e resta una lettura emotivamente "neutra".
Valutazione: 📚📚/5

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