Il vampiro di Venezia, di Giada Trebeschi


Qualche anno fa, durante uno scavo al Lazzaretto Novo, è stato trovato a Venezia uno scheletro sepolto con un mattone in bocca: magari c’è capitato per caso, ma poteva anche essere stata una precauzione per evitare che “masticasse”. Prima di Dracula, i vampiri del folclore erano noti anche come “masticatori di sudari”: risorti dalla morte, masticavano prima il sudario, poi sé stessi, prima di passare ai cadaveri vicini e infine ai vivi, una volta che avessero ripreso abbastanza forza dal loro masticare. Da questo ritrovamento e dalla sua datazione alla peste del 1576 Il vampiro di Venezia ha preso spunto.
Comincia con un prete dissanguato e appeso a testa in giù nella chiesa di S. Niccolò dei Mendicoli: il Signore di notte al criminal (è una magistratura veneziana che corrisponde al nostro prefetto, per farla breve) Orso Pisani si trova ad indagare. Lui non crede alla spiegazione sovrannaturale, anche perché scopre rapidamente che il prete, confessore preferito di molti patrizi, nascondeva in casa molti tesori e non era molto benvoluto; ma al Lazzaretto, dove si accumulano i malati di peste, qualcuno ha sentito un morto masticare e le autorità fanno intervenire il negromante Nane Zenon. Pisani e Zenon indagano e compaiono altri morti, i cui corpi sono sistemati in modo da far pensare ad una punizione, chi dice divina, chi dice diabolica, chi dice umana. Pisani e Zenon, affiancati dal mercante Adamas, figlio illegittimo di una nobile famiglia con un gran giro di affari e spionaggio, il suo schiavo Paulus e la cugina Diamante, un medico ebreo e due fratelli Foscari, si trovano presto a pescare nel torbido, in una bruttura tale che i masticatori di sudari sarebbero stati preferibili rispetto a questi mostri umani con cui hanno a che fare.
Il Vampiro di Venezia è un romanzo piuttosto cruento, come cruenta è la realtà che descrive, in un’epoca in cui la peste e altre malattie falciano una popolazione e dove c’è sempre qualcuno pronto a tessere intrighi sulla pelle altrui. Non c’è quindi da stupirsi dell’efferatezza degli omicidi, spesso ci dimentichiamo che l’idea di crudeltà e la dimestichezza con il sangue dell’età moderna non assomigliano alle nostre. L’intreccio delle indagini è appassionante, però ad un certo punto le vicende dei personaggi vanno un po’ fuori dalle righe, troppe cose capitano alle stesse persone (non posso dirvi di più senza fare spoiler, se siete curiosi leggetelo) e l’effetto ricercato dalla narrazione si poteva ottenere “anche con meno”. E’ come se ad un certo punto i personaggi che fino a quel momento sembravano così reali svelassero la loro natura fittizia perché divengono un po’ calcati. L’autrice stessa nell’epilogo definisce il suo finale “verdiano”: non serviva giustificarlo, il finale è in linea con la vicenda, ma è effettivamente un po’ troppo melodrammatico. O meglio, è melodrammatico perché lo sono un paio di episodi che lo precedono e che potevano forse essere ridimensionati per un effetto meno da palcoscenico.
Il consiglio bipolare: omicidi cruenti, vendette, torture, traffici umani e altre ingiustizie vanno evitati nelle fasi estreme. Forse è meglio leggerlo, ovviamente se vi piacciono i gialli storici, in un momento in cui siete di umore neutro: è comunque un romanzo che trascina e di cui vorrete vedere la fine.
Valutazione 📚📚📚📚/5

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