Credo sia la prima volta su questo blog che recensisco un libro oggettivamente bello, ma che non consiglierei, se non con tanti "se" e "ma". L'ho trovato bello per il modo in cui dipinge davanti agli occhi del lettore sia l'ambientazione che i personaggi e dico "dipinge" perché pare proprio di veder nascere davanti ai propri occhi un quadro, pennellata dopo pennellata. Ci vuole pazienza per capire cosa raffigura, ma poi il risultato è arte; peccato che sia il soggetto, inteso non come trama del racconto, ma come vicenda raccontata, ad essere brutto e a malapena guardabile. Forse in questo commento ci sarà anche qualche spoiler qui e lì in questo commento, perché gli avvenimenti attorno a cui ruota il libro sono così pochi, che diventa difficile parlarne senza farne nemmeno uno.
Ho deciso di leggere Il dio delle piccole cose per la categoria "libro di autore indiano" della Book Challenge a cui sto partecipando quest'anno; non sapevo cosa scegliere, perciò sono andata su un classico della letteratura indiana (i Veda sarebbero stati eccessivi...).
All'inizio, pensavo che sarebbe stato come Il libraio di Kabul, un libro che mette il lettore in contatto con una realtà poco nota, in questo caso quella del Kerala, in equilibrio fra sistema tradizionale delle caste e emergenti circoli marxisti, fra mentalità arretrate e sete di libertà. Invece qui le contraddizioni che portano a questo equilibrio esplodono nel più violento dei modi e la storia prende un corso inarrestabile e doloroso in definitiva anche per chi legge e finisce per sentirsi spettatore impotente.
La storia comincia con il ritorno di Rahel ormai adulta nel suo villaggio natale nel Kerala: lì ritrova il fratello gemello Estha. I due ragazzi erano stati separati tempo prima ed Estha ora è una specie di automa, non parla e pare vivere in un mondo suo. Il libro prosegue alternando la storia dei due da adulti, ora che cercano in qualche modo di ritrovarsi, e da ragazzi per arrivare alla vicende che hanno condotto alla separazione. Si intuisce che c'è una tragedia dietro, ma la si scopre poco a poco, così come poco a poco scopriamo quale terribile cosa abbiano fatto i gemelli, o meglio di cosa siano stati incolpati e costretti a farsi carico, per una colpa non loro e per la rabbia e frustrazione in particolare della zia, che non ha potuto avere una vita come l'avrebbe desiderata e quindi ferocemente si rivale su chiunque. Scopriamo presto che c'entra la morte di una loro cugina, Sophie Mol, arrivata dall'Inghilterra dov'era rimasta con la madre quando i genitori si sono separati e il padre, lo zio dei gemelli, è tornato nel Kerala a gestire la fabbrica di conserve. Poi c'è la madre dei gemelli: divorziata in un'epoca in cui questo è un fatto assolutamente straordinario, tornata a vivere con i figli nel villaggio natale, amorevole ma talvolta, e nel finale fatalmente, emotivamente instabile e quasi ostile con i suoi stessi figli. Sceglierà di andare contro le regole e questa sarà la miccia che innescherà una reazione degli altri parenti che porterà al disastro finale: una ragazzina morta e altre tre vite fisicamente o moralmente distrutte. Alla fine, sono i deboli o gli innocenti a pagare per tutti.
Non è un libro di facile lettura: a parte la lentezza iniziale, i salti temporali sono rapidi, frequenti e spesso non annunciati, per cui a volte si legge una vicenda che non si riesce bene a collocare nel quadro generale degli eventi. Soprattutto le parti che riguardano i gemelli da bambini hanno ampi salti, leggiamo prima quello che accade dopo, si torna al dopo ed eccoci di nuovo al prima. Forse qualche indicazione temporale, come delle date a inizio capitolo, avrebbero aiutato. Inoltre, anche se è narrato in terza persona, il punto di vista è quello dei bambini e questo comporta l'adozione di uno stile del tipo "flusso di coscienza", con frasi spesso brevi e associazioni di parole e immagini che danno molto bene l'idea di una mente infantile che cerca rifugio dalla paura, dalla tristezza e dalla violenza rievocando immagini conosciute o semplicemente scappando dalla realtà. Si passa da un inizio quasi documentaristico sul Kerala e sulle vicende della famiglia di Rahel ed Estha ad una discesa nella psiche e nei meccanismi che regolano i rapporti tra le persone. Meccanismi spesso malati e in questo libro la violenza è più spesso e volentieri sottile, strisciante, che solo in alcuni punti esplode, ma è sempre lì.
Ho deciso di leggere Il dio delle piccole cose per la categoria "libro di autore indiano" della Book Challenge a cui sto partecipando quest'anno; non sapevo cosa scegliere, perciò sono andata su un classico della letteratura indiana (i Veda sarebbero stati eccessivi...).
All'inizio, pensavo che sarebbe stato come Il libraio di Kabul, un libro che mette il lettore in contatto con una realtà poco nota, in questo caso quella del Kerala, in equilibrio fra sistema tradizionale delle caste e emergenti circoli marxisti, fra mentalità arretrate e sete di libertà. Invece qui le contraddizioni che portano a questo equilibrio esplodono nel più violento dei modi e la storia prende un corso inarrestabile e doloroso in definitiva anche per chi legge e finisce per sentirsi spettatore impotente.
La storia comincia con il ritorno di Rahel ormai adulta nel suo villaggio natale nel Kerala: lì ritrova il fratello gemello Estha. I due ragazzi erano stati separati tempo prima ed Estha ora è una specie di automa, non parla e pare vivere in un mondo suo. Il libro prosegue alternando la storia dei due da adulti, ora che cercano in qualche modo di ritrovarsi, e da ragazzi per arrivare alla vicende che hanno condotto alla separazione. Si intuisce che c'è una tragedia dietro, ma la si scopre poco a poco, così come poco a poco scopriamo quale terribile cosa abbiano fatto i gemelli, o meglio di cosa siano stati incolpati e costretti a farsi carico, per una colpa non loro e per la rabbia e frustrazione in particolare della zia, che non ha potuto avere una vita come l'avrebbe desiderata e quindi ferocemente si rivale su chiunque. Scopriamo presto che c'entra la morte di una loro cugina, Sophie Mol, arrivata dall'Inghilterra dov'era rimasta con la madre quando i genitori si sono separati e il padre, lo zio dei gemelli, è tornato nel Kerala a gestire la fabbrica di conserve. Poi c'è la madre dei gemelli: divorziata in un'epoca in cui questo è un fatto assolutamente straordinario, tornata a vivere con i figli nel villaggio natale, amorevole ma talvolta, e nel finale fatalmente, emotivamente instabile e quasi ostile con i suoi stessi figli. Sceglierà di andare contro le regole e questa sarà la miccia che innescherà una reazione degli altri parenti che porterà al disastro finale: una ragazzina morta e altre tre vite fisicamente o moralmente distrutte. Alla fine, sono i deboli o gli innocenti a pagare per tutti.
Non è un libro di facile lettura: a parte la lentezza iniziale, i salti temporali sono rapidi, frequenti e spesso non annunciati, per cui a volte si legge una vicenda che non si riesce bene a collocare nel quadro generale degli eventi. Soprattutto le parti che riguardano i gemelli da bambini hanno ampi salti, leggiamo prima quello che accade dopo, si torna al dopo ed eccoci di nuovo al prima. Forse qualche indicazione temporale, come delle date a inizio capitolo, avrebbero aiutato. Inoltre, anche se è narrato in terza persona, il punto di vista è quello dei bambini e questo comporta l'adozione di uno stile del tipo "flusso di coscienza", con frasi spesso brevi e associazioni di parole e immagini che danno molto bene l'idea di una mente infantile che cerca rifugio dalla paura, dalla tristezza e dalla violenza rievocando immagini conosciute o semplicemente scappando dalla realtà. Si passa da un inizio quasi documentaristico sul Kerala e sulle vicende della famiglia di Rahel ed Estha ad una discesa nella psiche e nei meccanismi che regolano i rapporti tra le persone. Meccanismi spesso malati e in questo libro la violenza è più spesso e volentieri sottile, strisciante, che solo in alcuni punti esplode, ma è sempre lì.
Il consiglio bipolare: come ho detto, è un bel libro, ma emotivamente ve lo sconsiglio. La storia è intrisa del senso di ineluttabilità delle cose e della meschinità di alcune persone che, per frustrazione personale o per aver interiorizzato il bisogno di ordine costituito, fanno e fanno fare cose terribili, il cui prezzo ricade poi sugli innocenti. Ce n'è abbastanza non solo per acutizzare una fase discendente, ma, per quanto mi riguarda, addirittura per scatenarla; non lo consiglierei nemmeno in fase alta, perché diventa difficile seguire la trama, per i salti temporali e per il flusso di coscienza. Evitatelo se non avete una corazza emotiva spessa tre dita...
Valutazione: 📚📚📚/5

Commenti
Posta un commento