Nella cultura occidentale moderna, siamo abituati a privilegiare la ragione
o la parte razionale della mente sia rispetto al corpo e alle sensazioni
fisiche, sia rispetto alla parte non razionale della mente. Anche per questo è
così difficile affrontare una malattia come il disturbo bipolare: perché sia il
malato, sia chi gli sta intorno sono spesso convinti del fatto che "basta
sforzarsi", "bisogna razionalizzare", "non c'è motivo di
sentirsi così" e così via. Certo, nessuno direbbe a un diabetico che se si
sforza, potrebbe anche mangiare dei dolci e che non deve essere così
schizzinoso... cosa vuoi che sia un tiramisù? Eppure, per le malattie che hanno
origine nella mente, ci rifiutiamo di riconoscerne l'origine organica, le
banalizziamo, ci diciamo che "in fondo siamo tutti un po' matti"
oppure che chi soffre "non si dà abbastanza da fare". E' una cosa in
comune con altre disabilità invisibili, penso ad esempio ad una sclerosi
multipla che non salta all'occhio quando non c'è una sedia a rotelle, ad una
fibromialgia, ad una cardiopatia in una persona giovane che, se si siede
sull'autobus, viene guardata male e così via...
In più, siamo spesso emozionalmente così analfabeti, da non avere le parole:
ho sentito di recente dire "bipolare" per dire lunatico,
sfuggente, voltagabbana, per definire una persona che vive in un mondo
proprio in cui ha sempre ragione; l’ho visto usare, con maggiore dispiacere
perché da parte di una persona portatrice di una delle disabilità invisibili di
cui parlavo poco fa, per definire, banalmente, le donne, che sono emotive e
cambiano spesso umore (no, cambiare spesso umore non è essere bipolari). La mia
direttrice durante un incontro di lavoro si è definita “depressa” perché deve
dedicarsi ad alcune noie di lavoro che le fanno sentire di sprecare il suo
tempo e la sua vita, mentre potrebbe e vorrebbe fare altro. Ecco, questa non è
depressione. Questa si chiama frustrazione, altra parola che è associata ad un’attitudine
negativa; si è frustrati quando si deve fare qualcosa di inferiore rispetto
alle proprie aspettative, quando si vorrebbe fare qualcosa di più alto, ma non
si può. Il depresso no. Il depresso magari sente di sprecare la propria vita,
ma sente anche che è colpa sua. O che non merita niente, perché in fin dei
conti avrebbe tutte le ragioni per essere felice, ma non riesce a sentirsi
felice, nemmeno se si sforza. O magari che non vale la pena di fare altro,
perché non c’è niente che lo interessi, o che abbia voglia di fare, a parte
forse seppellirsi sotto le coperte o in divano nel tentativo di recuperare un
po’ di forze. Tutto è vuoto e privo di senso. Questo non è carattere, non è
stress, è biologia.
Allora cosa si fa, oggi che è la Giornata Mondiale del Disturbo Bipolare?
Impegnamoci:
- ad ascoltare e a ricordarsi che molte difficoltà non si vedono all’esterno
- a utilizzare un linguaggio appropriato, imparando le sfumature delle proprie emozioni, e ad esprimerle. E chiamando stronzi gli stronzi, senza termini medici impropri!
- a informarci. Distinguere tra carattere e patologia si può e si deve
Chi è un lettore “vero”, cioè chi trova conforto nella lettura in tutti i
campi della sua vita, dallo svago all’informazione per cavars
ela e dare se non
una risposta qualche elemento per domare i propri problemi e le proprie ansie,
è avvantaggiato. La lettura non ci permette solo di apprendere nel senso “scolastico”
del termine, ma ci fa vivere vite altrui, ci fa guardare con gli occhi degli
altri, ci mostra come raccontare noi stessi.
Buone letture!
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