Io viaggio da sola, di Maria Perosino

Parlavo l'altro giorno con una collega, che ha una malattia cronica abbastanza seria e che mi faceva osservare che le malattie croniche di qualsiasi tipo ti portano sempre ad osservarti. Nel suo caso, un qualsiasi dolore o stanchezza potrebbe essere "quella", con tutto il carico di pensieri che si porta dietro. Per i disturbi dell'umore non è tanto diverso: qualsiasi umore o malumore, ansia, agitazione ecc... potrebbe essere "quello": e se il vostro obiettivo è la stabilità, perché avete capito che fa meno danni di tutto, sarete sempre in guardia.
A me, per esempio, piacerebbe fare esperienze nuove: fino a che punto devo considerarlo normale e dove invece comincia l'avvisaglia della fase alta, che non sai mai dove ti porta? Se facessi il tal viaggio, sopravvaluterei le mie forze (fisiche, psicologiche ed economiche)? Non sempre si può contare sul riscontro altrui. Io adesso sono in fase alta: lo so da una serie di cose, dal fatto che andrei ovunque pur di non lavorare, dal fatto che partirei per fare quel trekking la cui guida spunta da dietro la borsa nella foto e che chi mi sta intorno mi sconsiglia da tempo ("ma vai da sola?" "ma ce la fai?" "e se succede qualcosa?" "è troppo impegnativo" "magari ti perdi", commenti che mi mandano in bestia: se fossi in fase bassa al contrario sarei convintissima della loro realtà). E anche dal fatto che sto scrivendo questo post completando tre paragrafi contemporaneamente, saltando da uno all'altro...
Ma per tornare al viaggiare, se non si può sempre contare sul riscontro altrui per una valutazione obiettiva delle proprie possibilità, nemmeno si può contare sempre sulla compagnia altrui e quindi alle volte tocca viaggiare, o sognare di farlo, da sola.
Io viaggio da sola, di Maria Perosino, storica dell'arte, parla, riflette e fa riflettere su cosa vuol dire viaggiare da soli: dalla banalità di organizzarsi il trolley per salire su un treno alla possibilità di godersi luoghi da esplorare e ristoranti da provare anche senza compagnia. La propria felicità in fin dei conti non dovrebbe dipendere dalla presenza degli altri e saper stare bene con sé stessi, questo è quello che emerge dal libro, è la base per aprirsi al mondo e alla possibilità di incont
ri interessanti.
Certo non è un libro per pantofolai: viaggiare, anche in compagnia, richiede quel minimo di sforzo di organizzazione che per molte persone che conosco è fin troppo. Tutto ok se in fondo il divano è il più bel posto che conosciate, ma appena arriva un po' di insoddisfazione, di vuoto, o al contrario di consapevolezza (che chi sta trattando un disturbo dell'umore dovrebbe avere o acquisire) del fatto che chiudersi in casa non è sempre benefico, ecco che diventa importante non dico viaggiare, ma almeno muoversi anche da soli se necessario. Andare al cinema a vedere quel film che vorreste vedere ma che nessuno nel vostro giro ha voglia di vedere, ad esempio. Se dovete cominciare, secondo me basta anche prendere un treno e andare in una città vicina, oppure al parco vicino casa vostra, a sedersi su una panchina (a seconda dell'ora e delle frequentazioni del parco, ovviamente...). A volte il non volersi organizzare è una scusa per evitare la paura o l'ansia di muoversi da soli.
In alternativa, leggete questo libro: stile ironico, capitoli brevi, aneddoti divertenti. Magari vi fa venire voglia di provare. Oppure vi accontentate del libro e poi magari passate alla lettura di una guida Passenger, per viaggiare solo con la mente...

Il consiglio bipolare: per tutto quello che ho detto nell'introduzione al commento, lo sconsiglio in fasi alte perché può farvi venire idee di cui poi vi pentireste, non essendo un buon momento per valutare le proprie capacità; al contrario secondo me può aiutare in fase bassa, se farvi intravedere la possibilità di una vita un po' diversa vi risolleva (ma non se vi getta nel baratro del "io non sarei mai capace, non sono forte come lei").
Valutazione: 📚📚📚📚/5

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