Niente caffè per Spinoza, di Alice Cappagli

Quando la vita ti dà limoni, tu fai una limonata, almeno così dicono. In Niente caffè per Spinoza, Maria Vittoria, che di limoni dalla vita comincia a prenderne abbastanza, sotto forma di  un marito sempre più fastidioso, pronto a trattarla più come cameriera che come moglie, e con qualche atteggiamento ambiguo, di una suocera rompiscatole e del lavoro che non c’è più, trova lavoro come governante-badante per il professor Luciano Farnesi. Oltre a cucinare, pulire, arginare la cognata del professore e tenere a bada quest’uomo che si ostina a fare tutto da sé anche se ormai non vede più nulla, Maria Vittoria deve leggere per lui: non molto, ma all’occorrenza il professor Farnesi le chiede di estrarre dalla sua libreria quel tale libro e leggergli quel tale passo che sente il bisogno di risentire. Di fronte ad un certo evento, grande o piccolo, lieto o triste, Farnesi vuole riascoltare le parole, che conosce quasi a memoria, di Pascal, Spinoza, Epitteto e i filosofi che un tempo insegnava a scuola e che ancora hanno un posto importante nella sua testa e nella sua vita. Una massima dopo l’altra, anche Maria Vittoria avrà lo spunto per ricostruirsi una vita, scartando almeno i limoni marci, per così dire, per tenersi quelli succosi.
Devo ammettere che, anche se mi è piaciuto, ho un giudizio un po’ ambivalente su questo romanzo. Ho apprezzato lo spirito tutto toscano (è ambientato a Livorno e scritto da una livornese) con cui viene raccontata la storia, tristezze della vita incluse. Lo stile è leggero senza essere fastidiosamente sarcastico, la città di Livorno ha un suo ruolo e sicuramente Niente caffè per Spinoza mi ha fatto venire voglia di visitarla. E' un romanzo piuttosto introspettivo, in cui si assiste alla vita quotidiana dei personaggi, ma non si può dire che non succeda nulla, anzi sono le piccole scene che si svolgono davanti al lettore che ci portano a scoprire, capire e affezionarsi ai personaggi del libro: Maria Vittoria e il Professore, prima di tutto, ma anche Elisa, la figlia del professore, Angelo l'ex alunno, gli amici del professore...
L’unico “ma” è il romanticismo di cui si ammanta la figura di Farnesi che, lo si capisce dalle prime pagine, finché ci vedeva ha preferito i libri e la scuola alle persone che aveva attorno e ora che la sua vita è al tramonto e che ha ricevuto la sua bella dose di limoni anche lui, cerca di rifarsi in qualche modo. Gli ex alunni lo adorano e lo vengono a trovare, le nipoti gli vogliono bene per quanto adolescenti strambe siano, Maria Vittoria lo apprezza da subito anche se le hanno detto che è uno difficile, si fa voler bene, anche se è chiaro che le massime filosofiche a cui ricorre gli servono da consolazione più che da guida; anzi, forse gli si vuole bene proprio per questo. E’ un personaggio molto letterario, troppo rispetto agli altri che gli ruotano attorno e sono invece più reali; ho conosciuto gente che si rifugia lontano dal mondo reale nel proprio mondo intellettuale, senza prestare ascolto alle persone che gli stanno intorno, le quali devono sembrare loro meno reali degli autori che conoscono a menadito, magari accorgendosene quando è troppo tardi, e non assomigliano davvero a questo vecchietto gentile. E' senz'altro una questione personale, però questo scatena un po’ il mio cinismo e getta come un’ombra sulla possibilità di godermi il romanzo per quella storia agrodolce che è in realtà.

Il consiglio bipolare: se solitamente le vicende altrui vi toccano molto, questo romanzo può essere un discreto “desensibilizzatore”: la leggerezza con cui si racconta la storia magari vi aiuta a concentrarvi su quello che resta e non su quello che si è perso. Utile in una lieve fase bassa o in abbassamento, leggero abbastanza per mantenervi seduti a leggere in una fase alta ma non troppo. Poco adatto alle fasi estreme, finirebbe per buttarvi comunque troppo giù o irritarvi per la scarsità di azione se siete saliti troppo in alto.
Valutazione: 📚📚📚📚/5

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