In L'archivio degli dei c'è una Galleria d'arte nata dalla Wunderkammer, dalla collezione privata di un Medici ossessionato dalla ricerca di un certo sapere; si dice che la Galleria nasconda un tesoro, ma subito in apertura assistiamo alle morti di tutti gli incauti, alcuni spinti a questa ricerca da una maledizione di famiglia, che per qualche motivo violano i segreti della Galleria senza essere in possesso della conoscenza adatta. Fino ai giorni nostri, quando a dare la caccia al segreto ci sono Marco Arrighi, ultimo membro della famiglia segnata dalla maledizione, il giovane studioso Lorenzo Contini e l'inquietante direttore del Museo, Giacomo Antonioli. Ci vuole un po' di pazienza per arrivare al punto in cui la "caccia" vera e propria comincia, ma alla fine il racconto ingrana.
Quello che lo rende così difficile all'avvio, è l'impostazione molto "visiva". Quando guardiamo un film, al cambio di scena sappiamo subito qual è il personaggio che sta agendo perché lo riconosciamo; in un libro, bisogna nominarlo e presto, altrimenti il lettore resta spiazzato e non sa più chi sta facendo cosa, i personaggi non si fissano in mente e la trama si segue con difficoltà. Per questo dico che sarebbe servito un editor forte lettore e molto concreto, perché si sarebbe probabilmente reso conto dello scarto.
Invece, quando si tratta di seguire le indagini di Lorenzo attraverso i dipinti della Galleria, è come se l'autrice poggiasse i piedi sulla terraferma: è chiaro che l'arte le piace, l'ha studiata come si deve e si percepisce la sicurezza nel linguaggio, così le ricerche sono a loro volta piacevoli da seguire (e ammetto che questo è stato il tratto distintivo che mi ha fatto rivalutare il libro che, fino a quel momento, era un po' un "insomma..."). Più arte nel prossimo libro! Lo leggerei volentieri.
In questo invece ho sentito la mancanza della croce e delizia, diciamo così, di tutti i narratori, sia scrittori che sceneggiatori: lo "spiegone". Lo "spiegone", che spesso al cinema è terrificante, altrettanto spesso nei romanzi è fondamentale. Non è detto che debba consistere in trenta pagine tutte di seguito, però quello che succede deve avere il suo perché: pensate, se avete letto la saga, come sarebbero stati i libri di Harry Potter se alla fine il cerchio non si fosse chiuso e non si fosse spiegato perché Voldemort non può essere ucciso normalmente o come funzioni la protezione che la madre di Harry ha conferito al figlio morendo per lui. Mi dispiace essere vaga, ma la mancanza dello spiegone si sente soprattutto nel finale e non voglio rovinarvelo. Preferirei invece che lo leggeste e mi diceste se anche voi, come me, siete rimasti un po' a bocca asciutta.
Il consiglio bipolare: la tensione nel libro non è così forte da mettervi ansia o da travolgervi in un momento in cui le vostre emozioni sono in precario equilibrio, ma è adatto a quando avete voglia di uno svago avventuroso, che vi intrattenga, incuriosisca e non faccia pensare. Solo se la vostra concentrazione è in pessime condizioni, forse è meglio che lo rimandiate un po', perché rischiate di confondere i personaggi e godervelo meno (io sono dovuta tornare indietro un paio di volte per inquadrare i nomi di quelli che continuavo a confondere, il mio cervello non mi sta assistendo molto ultimamente...)
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