L'archivio degli dei, di Miriam Palombi

L'archivio degli dei è un libro difficile da descrivere senza fare spoiler, ma ci provo, perché comunque gli spoiler non se li merita. Comincio col dire che, anche se l'ho trascinato come lettura e ci ho messo un po' a finirlo, è comunque una lettura piacevole. Certo, la mano di un editor con i piedi per terra e una passione da lettore avrebbe aiutato questo romanzo a fiorire completamente, perché alla fine gli manca soltanto quel "quid" per non aver niente da invidiare ad altri romanzi più famosi dello stesso filone. Parlo di libri pieni di misteri, segreti, codici da decifrare, conoscenze pericolose da acquisire o da difendere da chi vorrebbe farne cattivo uso... Poco originale? Forse, ma quando leggo un libro del genere mi piace seguire l'indagine e mi voglio godere l'avventura, nient'altro; del resto neanche "lui e lei si amano, ma lo capiranno/ si incontreranno non prima del capitolo 17" è una trama originale, eppure si scrivono e si leggono un sacco di libri così.
In L'archivio degli dei c'è una Galleria d'arte nata dalla Wunderkammer, dalla collezione privata di un Medici ossessionato dalla ricerca di un certo sapere; si dice che la Galleria nasconda un tesoro, ma subito in apertura assistiamo alle morti di tutti gli incauti, alcuni spinti a questa ricerca da una maledizione di famiglia, che per qualche motivo violano i segreti della Galleria senza essere in possesso della conoscenza adatta. Fino ai giorni nostri, quando a dare la caccia al segreto ci sono Marco Arrighi, ultimo membro della famiglia segnata dalla maledizione, il giovane studioso Lorenzo Contini e l'inquietante direttore del Museo, Giacomo Antonioli. Ci vuole un po' di pazienza per arrivare al punto in cui la "caccia" vera e propria comincia, ma alla fine il racconto ingrana.
Quello che lo rende così difficile all'avvio, è l'impostazione molto "visiva". Quando guardiamo un film, al cambio di scena sappiamo subito qual è il personaggio che sta agendo perché lo riconosciamo; in un libro, bisogna nominarlo e presto, altrimenti il lettore resta spiazzato e non sa più chi sta facendo cosa, i personaggi non si fissano in mente e la trama si segue con difficoltà. Per questo dico che sarebbe servito un editor forte lettore e molto concreto, perché si sarebbe probabilmente reso conto dello scarto.
Invece, quando si tratta di seguire le indagini di Lorenzo attraverso i dipinti della Galleria, è come se l'autrice poggiasse i piedi sulla terraferma: è chiaro che l'arte le piace, l'ha studiata come si deve e si percepisce la sicurezza nel linguaggio, così le ricerche sono a loro volta piacevoli da seguire (e ammetto che questo è stato il tratto distintivo che mi ha fatto rivalutare il libro che, fino a quel momento, era un po' un "insomma..."). Più arte nel prossimo libro! Lo leggerei volentieri.
In questo invece ho sentito la mancanza della croce e delizia, diciamo così, di tutti i narratori, sia scrittori che sceneggiatori: lo "spiegone". Lo "spiegone", che spesso al cinema è terrificante, altrettanto spesso nei romanzi è fondamentale. Non è detto che debba consistere in trenta pagine tutte di seguito, però quello che succede deve avere il suo perché: pensate, se avete letto la saga, come sarebbero stati i libri di Harry Potter se alla fine il cerchio non si fosse chiuso e non si fosse spiegato perché Voldemort non può essere ucciso normalmente o come funzioni la protezione che la madre di Harry ha conferito al figlio morendo per lui. Mi dispiace essere vaga, ma la mancanza dello spiegone si sente soprattutto nel finale e non voglio rovinarvelo. Preferirei invece che lo leggeste e mi diceste se anche voi, come me, siete rimasti un po' a bocca asciutta.
Il consiglio bipolare: la tensione nel libro non è così forte da mettervi ansia o da travolgervi in un momento in cui le vostre emozioni sono in precario equilibrio, ma è adatto a quando avete voglia di uno svago avventuroso, che vi intrattenga, incuriosisca e non faccia pensare. Solo se la vostra concentrazione è in pessime condizioni, forse è meglio che lo rimandiate un po', perché rischiate di confondere i personaggi e godervelo meno (io sono dovuta tornare indietro un paio di volte per inquadrare i nomi di quelli che continuavo a confondere, il mio cervello non mi sta assistendo molto ultimamente...)

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