Nell'antro dell'alchimista, di Angela Carter

Da ragazzina ho visto uno dei più strani film di lupi mannari che esistano, In compagnia dei lupi, di Neil Jordan. E' un collage di fiabe di lupi mannari sulla cornice della fiaba rivisitata di Cappuccetto Rosso, onirico e pieno di riferimenti alla crescita e alla sessualità che avrebbero fatto felice Freud (e c'è una mitica Angela Lansbury nel ruolo della nonna di Cappuccetto Rosso). Il film è l'adattamento di una raccolta di racconti in cui la scrittrice Angela Carter rivisita le fiabe tradizionali; la raccolta si intitola La camera di sangue, ma purtroppo quando l'ho saputo l'edizione Feltrinelli era fuori commercio da tempo. Figuratevi come sono stata contenta quando Fazi ha ripubblicato la raccolta, assieme ad una seconda raccolta di racconti della stessa autrice, sotto il titolo di Nell'antro dell'alchimista, l'anno scorso. In realtà, Nell'antro dell'alchimista è il titolo di tutto il progetto di ripubblicazione dei racconti di Angela Carter, tant'è che è da poco uscito il secondo volume, che ancora non ho, ma nel frattempo vi parlo di questo primo.

Il primo volume di Nell'antro dell'alchimista contiene tre primi racconti, una raccolta chiamata Fuochi d'artificio e la raccolta La camera di sangue. Come al solito, non entro nel dettaglio dei racconti perché mi piace lasciarveli scoprire. Diciamo però subito che non è una lettura per tutti: non solo la Carter tende ad essere a volte molto descrittiva, per cui dovete avere la pazienza di lasciarvi un po' irretire anche quando il ritmo del racconto è lento, ma soprattutto questi racconti hanno una buona dose di violenza. Più in Fuochi d'artificio che non in La camera di sangue, i racconti possono essere un discreto pugno nello stomaco. Una violenza che non è ostentata con compiacimento, come a volte si percepisce in altri autori, ma è mostrata cruda com'è, come un dato di fatto messo davanti agli occhi del lettore, senza una morale prestabilita. La raccolta è molto varia per quanto riguarda il genere dei racconti: andiamo dal distopico, al memoir, passando per l'horror e il surreale.

In La camera di sangue rispetto alla violenza della raccolta precedente c'è qualche concessione in più al genere della fiaba, con un approccio più soft e alcune riscritture molto interessanti. La prima cosa che si nota, è che tra gli originali e queste riscritture si sono pesantemente messi in mezzo gli anni Settanta con la liberazione sessuale e le riflessioni sul genere. Alcuni racconti sono sorprendentemente tradizionali, più fedeli alle fiabe che conosciamo da altre fonti, altri trasportano queste ultime più vicine a noi.

In entrambe le raccolte, un tratto comune a molti racconti è il tema dell'identità: spesso narrati in prima persona, ma anche quando sono narrati in terza si ritrova costantemente l'aspetto della ricerca di qualcosa che in definitiva è il proprio io, a cui tutte le metamorfosi e i viaggi dei racconti tendono. Trovarsi e ritrovarsi è alla fine il risultato a cui i protagonisti vanno incontro e con loro, un po' anche il lettore. Non è un libro che necessariamente porta a farsi domande, ma sicuramente è una narrazione alla scoperta, fosse anche soltanto del mondo là fuori, reale o immaginario (e poi, qual è la differenza tra i due?).

Il consiglio bipolare: come dicevo, non è per tutti, soprattutto se siete impressionabili di fronte a certe descrizioni crude. Non tanto perché siano ricche di dettagli splatter, perché non lo sono, ma perché le situazioni di fronte alle quali il lettore si trova possono essere sgradevoli e se siete empatici o particolarmente sensibili o anche solo in una fase in cui il mondo vi sembra un pessimo posto, forse vorrete rivolgervi ad un'altra lettura o tentare in un momento migliore. Alcuni racconti poi richiedono un po' di concentrazione, o perché il ritmo è particolarmente lento e indugia più sulla descrizione che non sull'azione, o perché toccano apici di surrealismo particolarmente alti, perciò ve lo consiglio solo quando vi sentite in forma per una lettura del genere.

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