L'estate che sciolse ogni cosa, di Tiffany McDaniel

L'estate che sciolse ogni cosa racconta dell'estate particolarmente calda e torrida del 1984 in un paesino della Bible Belt americana, un'estate in cui il problema della cittadina non è solo il caldo: un noto avvocato della città, Autopsy Bliss, ha pubblicato un annuncio sul giornale invitando il diavolo in città. Vuole conoscere il volto del male, ma non si aspetta certo che si presenti un tredicenne nero con lunghe cicatrici sulle spalle, a suo dire i resti delle ali cadute, che risponde al nome di Sal e che fa subito amicizia con il minore dei figli di Autopsy, tredicenne anche lui, attraverso i cui occhi vediamo tutta la storia. La presenza di Sal sconvolge la città, tra il razzismo più scontato ("anche Dio è nero?" chiede una donna a Sal) incidenti che avvengono in sua presenza e dei quali viene più o meno velatamente accusato e l'emersione di un lato oscuro o nascosto in molti degli abitanti. Eppure, Sal non sembra apertamente malvagio come ci si aspetta che il diavolo debba essere e, anzi, chi sa affrontare la realtà che Sal mette davanti nel suo candore ne ha beneficio, tanto che Autopsy lo prende a vivere con sé, convinto che in realtà non sia che un ragazzo senza casa, bisognoso di una famiglia. C'è chi però non apprezza la sua presenza e trama nell'ombra per estirpare il diavolo dal paese...

Di solito non  mi dilungo così tanto sulla trama di un libro, lo avrete notato. Questa volta però lo faccio perché ve ne voglio parlare, è un bel libro, ma non è semplice raccontare come al solito il mio approccio emotivo alla lettura senza fare spoiler. L'ho letto per un gruppo di lettura; non l'avrei certo scelto autonomamente e avrei fatto bene perché senz'altro non è adatto a me. E' una lettura che può fare molto male. I temi e le situazioni affrontate sono molto forti, soprattutto verso la fine, e scritti in maniera fin troppo convincente e coinvolgente. Ripeto, non voglio fare spoiler, ma è un libro decisamente senza speranza.

Per me è stato un trigger veramente pesante: non era il momento per me di leggere un libro in cui la cruda realtà di quanto l'essere umano possa far schifo da un lato e di quanto e in quanti modi possa soffrire (o si può causare involontariamente sofferenza alle persone attorno) dall'altro vengono sbattute in faccia al lettore. Mi faccio coinvolgere troppo, lo so. C'è un certo punto, circa a metà, in cui la tensione si allenta e il lettore si indurisce un attimo di fronte alla catena tragica degli eventi: "Ok, un'altra sfiga, abbiamo capito come funziona". Ma l'insensibilità dura poco di fronte al precipitare degli eventi.

Oggettivamente è un bel libro: la caratterizzazione dell'ambiente provinciale americano ricorda molto Stephen King e anche il ritmo è quello spesso lento che si ritrova in alcuni libri di quest'ultimo. Se preferite che un libro entri subito nel vivo, forse farete un po' di fatica ad andare avanti. Però si percepisce la tensione: è quasi come sentire, anche se non viene descritto, il mormorio della gente, diciamocelo francamente, bigotta e ipocrita, pronta a tutto pur di mantenere lo status delle cose. Questo nonostante il fatto che sia proprio la gente, e non Sal, il quale fa in realtà molto poco, a dare il via agli eventi. Ma è più facile dare la colpa di tutto all'elemento estraneo, anziché vedere la propria responsabilità e le conseguenze delle proprie scelte.

Il consiglio bipolare: serve una buona dose di stabilità e un minimo di corazza per affrontare un libro del genere. La realtà presentata non è bella, la tensione costante: se le vostre emozioni vengono scatenate facilmente e in particolare risentite della sofferenza altrui, forse è il caso che mettiate da parte questa lettura per tempi migliori. 

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