Quando la traduzione italiana storpia gravemente i titoli originali, i casi sono due: o viene inserito nel titolo italiano qualcosa che ti fa pensare che il libro faccia al caso tuo, e poi si rimane delusi (l'ultima volta che è successo: La lettrice testarda, traduzione italiana ammiccante ai veri lettori testardi di I for Isobel, "I come Isobel") oppure al contrario il titolo italiano non ispira neanche un po' e si rischia di perdersi qualcosa. Schiavo d'amore di William Somerset Maugham (Adelphi) rientra in quest'ultimo caso.
Il titolo italiano è oscenamente banalizzante rispetto alla storia; il titolo originale, Of human bondage, poteva essere tradotto con "Dei legami umani", mantenendo il doppio significato di relazione e legame, ma senza far pensare che la scelta fosse opera di qualcuno più abituato ad altro genere di narrativa, o che il libro stesso appartenga ad un altro genere di letteratura. Le aspettative sono importanti quando si sceglie un libro da leggere, c'è poco da fare.
Niente precursori delle 50 sfumature, quindi, in Schiavo d'amore e meno male! Ho cominciato a leggerlo per la mia personale sfida di compleanno e visto che quel genere di romanzi non mi attrae è stato piacevole scoprire che si trattava di tutt'altra cosa.
Schiavo d'amore è la storia di Philip Carey, che rimane presto orfano ed è cresciuto dallo zio vicario: lo seguiamo a scuola, innamorarsi e disamorarsi della religione, andare in Europa prima in Germania, poi a Parigi dove per un po' persegue il sogno di fare l'artista, per poi tornare in Inghilterra e cercare la sua strada, tra amicizie, amori, errori, cadute e possibilità di risollevarsi. Centrali nella sua storia sono per l'appunto i legami tra le persone, che inevitabilmente imprimono un certo corso alla vita di Philip mentre questo ne cerca il senso. Philip riesce sempre e comunque a mantenere un sincero e vivo interesse per le persone e quei legami lo fanno crescere davanti agli occhi del lettore.
E' un libro piuttosto lungo, ma non prolisso, non è una di quelle storie che tengono incollati alla pagina o che vi fanno fare l'alba perché volete vedere come va a finire. Non è un torrente, ma un fiume che scorre tranquillo: ci si gode il viaggio e non tanto la destinazione. Ci vuole un po', infatti, per prendere in simpatia il protagonista, il cui carattere si fa sempre più definito mano a mano che cresce. All'inizio non si capisce bene cos'abbia per la testa: non lo sa neanche lui. Un po' alla volta assistiamo alla rincorsa ai suoi sogni, alle delusioni, alle riflessioni e alla fine, ci troviamo accanto a lui a condividerne le riflessioni sulla vita e, almeno per me, tocca ammettere che alla fine, qualcosa da lui abbiamo imparato.
Il consiglio bipolare: non è un libro per chi cerchi l'azione o una trama esaltante, ma per chi ama le storie che si sviluppano nell'arco della vita (in questo caso non della vita intera) di una persona. Pur essendo lungo, non mette alla prova la memoria del lettore con un lungo elenco di personaggi o di vicende. Se vi sentite irrequieti, non fa per voi. Se invece volete qualcosa di calmante, che non anestetizzi sensi ed emozioni ma non li agiti neanche troppo, e vi sentite in vena di riflessioni sulla vita, ma avete già abbastanza amarezza addosso, dategli una possibilità

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